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Quarant’anni fa l’incontro tra Burri e Beuys alla Rocca Paolina

PERUGIA – 3 aprile 1980 – 3 aprile 2020: quarant’anni fa, alla Rocca Paolina di Perugia Burri incontrò Beuys in uno dei più significati momenti di riflessione artistica della storia dell’arte del Novecento.

L’artista tedesco Joseph Beuys (1921-1986) è uno dei rappresentanti più emblematici delle correnti concettuali nell’arte della seconda metà del Novecento: la sua è un’arte che si muove lungo percorsi del tutto inediti, fondendo in maniera totale la sua esistenza con il suo essere artista.
Il primo aprile del 1980 Beuys venne in Italia, a Napoli, per l’inaugurazione della mostra-incontro con Andy Warhol alla Galleria Lucio Amelio. Italo Tomassoni pensò bene di sfruttare la presenza dell’artista tedesco in Italia per organizzare un grande evento a Perugia e farlo incontrare con un altro grande nome dell’arte del Novecento: il nostro Alberto Burri. Così fu.
La sera del 3 aprile Beuys, all’interno della Sala Cannoniera della Rocca, con un gessetto bianco, di getto realizzò i suoi disegni, schemi e simboli sopra sei grandi lavagne. Una “scultura sociale” che rompe qualsiasi schema con l’arte tradizionale.

La teatralità filosofica di Beuys e l’arte come assoluta solitudine di Burri si incontrarono in uno dei momenti più belli dell’arte del periodo. Burri e Beuys, due artisti così diversi, ma allo stesso tempo padroni della situazione artistica del secondo dopoguerra: alla logorrea del tedesco, un po’ profeta, un po’ istrione che dialogava e annotava, scrivendo e disegnando con un gessetto su lavagne fino a riempirne sei, Burri rispose con il silenzio e con la presenza di una vera opera: la scultura Grande Nero R.P..

Di quell’incontro oggi rimangono le opere: le lavagne di Beuys, oggi, protette da teche di vetro, sono esposte al Museo civico di Palazzo Penna a Perugia in modo sequenziale rispettando il percorso illustrato dall’artista nella sua performance e la grande scultura di Burri, conservata proprio all’interno della Rocca Paolina. L’opera tace, nel sotterraneo della Rocca, poco illuminata, solo una targa ricorda il nome di Burri. La gente vi passa, spesso non capendo che si tratta di un’opera d’arte: è un parallelepipedo in ferro alto più di cinque metri alla cui sommità c’è il tipico elemento a forma semi circolare che ruota su se stesso. E’ maestosità, eleganza: faceva parte del ciclo Orsanmichele realizzato nel 1980, composto da nove pitture e questa scultura, creato per l’omonima Fabbrica di Firenze. Burri la donò a Perugia in sostituzione del Grande Ferro (ora a Palazzo Albizzini di Città di Castello).

Da quel 3 aprile 1980 sono passati quarant’anni, ma il tempo sembra essersi fermato davanti alle loro opere: ancora attuali, moderne in dialogo eterno.