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Nella Chiesa di San Domenico ad “Legno Sacro Legno – Il lungo viaggio della Croce di Gesù”

ANGHIARI – Mercoledì 12 aprile alle 21:00 nella Chiesa di San Domenico ad Arezzo è in programma “Legno Sacro Legno – Il lungo viaggio della Croce di Gesù” , narrazione in prosa, ottava rima e musica, ispirata alla “Leggenda aurea” di Jacopo da Varagine e ai cicli pittorici medievali e rinascimentali. L’evento è presentato in’anteprima nazionale ed è prodotto dal Teatro di Anghiari e da ZampogneriA, con il sostegno della Banca di Anghiari e Stia Credito Cooperativo.
I testi e la narrazione sono a cura di Mirko Revoyera con la collaborazione di Andrea Merendelli, direttore artistico del Teatro di Anghiari. Musiche di Giorgio Pinai, esecuzioni musicali dal vivo di Marco Tomassi, Marco Iamele, Giorgio Pinai e Ivan Luttini. ingresso gratuito.

Il ciclo delle Storie della Vera Croce, celebre opera a fresco rinascimentale di Piero della Francesca, sita nella Basilica di San Francesco in Arezzo, illustra le leggende maturate intorno alla provenienza del sacro legno e al suo destino posteriore al sacrificio di Gesù di Nazareth. La narrazione si sviluppa attraverso un arco di tempo leggendario che va dalla genesi dell’umana stirpe fino all’anno 628 d.C., quando la croce santa, rubata, fu recuperata e riportata a Gerusalemme dal re Eraclio. Un così esteso arco temporale, mitologico e solo a tratti ancorato a fatti storici, ha indotto l’autore a evitare una ferrea consecuzione cronologica delle scene dipinte, spingendolo a offrire allo spettatore un excursus frammentato, composto solo con criterio estetico pittorico. La fonte cui Piero della Francesca attinge è la duecentesca Leggenda Aurea di Jacopo da Varagine. Il grande ciclo pittorico possiede il fascino di una cronaca densa di avventurosi accadimenti e vicende salienti, spesso rocambolesche, che conducono alla meditazione intorno al valore simbolico della Croce. In questa grandiosa opera e nelle numerose altre (in Santa Croce a Firenze, un precedente ciclo a fresco di Agnolo Gaddi) risiedono pagine sparse ma coerenti di un insegnamento che travalica il Tempo e permea la cultura popolare.


Il progetto di teatralizzazione punta sullo stile della cuntata popolare, sostenuta da un cuntista (l’odierno narratore orale e giullare) accompagnata da uno o più musici poli-strumentisti. Questa unione di teatranti girovaghi ha costituito, per millenni, la forma più potente di intrattenimento e di diffusione culturale di leggende, di cronache e favole, nei borghi di tutto il mondo conosciuto. Ne furono consapevoli i re, i trovatori, i poeti, che carpirono e rielaborarono motivi popolari per fissarli nello splendore di musiche, di carmi e di canti. Quelle cuntate popolari furono la fonte inesauribile cui attinsero letterati di altissimo rango. Questi girovaghi furono anche portatori dell’humus volgare da cui sorsero lemmi e locuzioni che hanno insanguato le lingue più disparate.
La scrittura di «Legno Sacro Legno» si sviluppa nel solco della forma popolare di narrazione che esprime incanto e devozione con la lingua che possiede, un misto di gesto attoriale mimico, ritmico, proveniente dalla Pantomima, colorato dai giochi e dai lazzi dei saltimbanchi. Tutto l’armamentario attoriale popolare viene messo a disposizione della Storia d’effetto e della compassione. Francesco d’Assisi, evolutissimo contastorie, fu grande testimone e autore in quest’arte. “Aveva fatto di tutto il suo corpo una lingua” scrive Tommaso da Celano nella sua Vita prima Sancti Francisci (1228/1229). Pare infatti che il santo “giullare di Dio”, coerentemente alla sua interiore letizia del vivere la radicalità del Vangelo, attraverso le sue prediche ispirate e gioiose, esaltasse il serafico abbandono al riso e al gesto, anche danzato, catturando e allietando il suo pubblico intorno a temi sacri d’immensa portata spirituale.
«Legno Sacro Legno» prevede circa 60 minuti di cuntata, a tratti in musica, affidata a Giucca da Gragnano, attempato servitore addetto alle più basse mansioni. Egli sta lavorando nel cantiere di un notissimo maestro pittore intento alla realizzazione di un grande ciclo di affreschi dedicati alle Storie della Vera Croce. Dominano la scena gli studi al carboncino e i cartoni che il maestro ha disteso ai piedi dell’impalcatura. Giucca è intento alla preparazione dei colori, e rammenta gli insegnamenti della sua nonna; ricorda perfino uno dei racconti popolari della Vera croce, che ella gli raccontava quand’era piccino. Nella navata buia, però compare il demonio che si complimenta con lui del bel racconto appena udito. Giucca è dapprima terrorizzato, poi tenta di cacciarlo via. Ma Belzebù sa che il misero non può nulla contro di lui e rifiuta. Allora il poveretto propone un patto: lui avrebbe raccontato tutte le storie della Vera Croce, e il demonio, a fine racconto sarebbe uscito dalla chiesa e non vi sarebbe più rientrato. Il demonio accetta, così Giucca dà fondo a tutte le narrazioni della sua nonna per liberarsi del diavolo. Giucca il semplice conduce la narrazione attraverso le varie vicende del Sacro Legno di Cristo, raffigurate a partire dal primo quadro in cui l’Eterno decide di far germogliare sul mondo l’albero che darà il legno del sacrificio, direttamente dalla bocca di Adamo appena morto; segue la vicenda in cui la Regina di Saba scopre il legno santo e lo conduce al re Salomone; quindi l’apparizione della croce all’imperatore Costantino, il ritrovamento della croce da parte di Elena Madre di Costantino, la rivelazione della croce santa confusa tra le croci dei ladroni; di seguito lo scontro fra le armate di Eraclio e l’imperatore Cosroe II che la croce aveva rubato a Gerusalemme. Così di racconto in racconto, lo spettatore attraversa il lungo viaggio del Sacro Legno, riflettendo sulla Santa Croce e sul valore simbolico di tante peripezie. Il demonio non rimane passivo al racconto di Giucca e tenterà di smontare tutta la sua saldezza di spirito; l’alterco col demonio porterà l’uomo a confrontarsi con le contraddizioni del suo vivere ma gli permetterà di riflettere come diversamente non avrebbe potuto fare. Giucca, sotto la scorza di uomo da soma rivela qualità d’ascolto e di elaborazione non indifferenti, e la sua semplicità dello sarà l’arma migliore per sostenere il confronto col demonio.
Le musiche ripropongono l’eterno rapporto tra la musica tradizionale e quella colta, sia per il tipo di strumenti musicali utilizzati, sia per la scelta dei brani storici e la composizione dei brani originali. La figura del musico dell’arte, polistrumentista e girovago, del tutto dedito a esibizioni d’occasione, quali matrimoni, funerali, feste, sacre rappresentazioni, processioni, pellegrinaggi etc. non ha mai cessato di esistere dal medio evo ad oggi, in special modo per gli esecutori con strumenti ad ancia doppia come bombarde, ciaramelle, zampogne e cornamuse. Lo stile delle composizioni è aderente alla forma di narrazione popolare ed il tipo di sonorità è molto simile a quella che si sarebbe potuta sentire, a partire da secoli fa, durante le sacre rappresentazioni e a tutt’oggi presenti nelle feste popolari legate a forme arcaiche che affondano nella notte dei tempi. Quasi tutti gli strumenti utilizzati sono ricostruzioni filologiche o riproposizioni di possibilità organologiche del passato (come la zampogna a tre canti, che ripropone possibilità proprie della sordellina del XVII sec.), frutto di uno studio di ricerca ventennale di ZampogneriA e fatte rivivere dal Maestro Liutaio Marco Tomassi.