Luca Pellegrini vince il XXXIV Premio Pieve Severo Tutino

PIEVE SANTO STEFANO – L’affascinante memoria di Luca Pellegrini, diario che dal 1831 al 1850 ci racconta il mondo dal ponte di un veliero sulle rotte del mediterraneo che portano ad Amsterdam fino all’Africa e al Sud America vince la 34^ edizione del Premio Pieve Saverio Tutino, il concorso per scritture autobiografiche inedite organizzato dall’Archivio diaristico nazionale di Pieve Santo Stefano. La decisione della giuria del Premio, annunciata nel corso della tradizionale manifestazione “Memorie in piazza” che si è svolta domenica pomeriggio nelle piazze affollate del borgo toscano, è stata dettata dalla singolarità di una traiettoria di vita narrata attraverso i diari di bordo di un giovane mozzo diventato uomo in mare, ancor prima che capitano, sulle rotte ottocentesche tra Oriente e Occidente.

La motivazione della giuria nazionale del Premio Pieve
La giuria, prima di nominare il vincitore, vuole segnalare la ricchezza e la varietà degli otto diari finalisti che, trattando argomenti molto distanti tra loro, spaziano in due secoli di storia suscitando riflessioni importanti ieri come oggi. La vittoria della 34a edizione del Premio Pieve Saverio Tutino viene attribuita alla memoria Il mare insegna di Luca Pellegrini. Nato nel 1806 in una famiglia agiata, dopo l’improvvisa morte del padre notaio deve rivedere le sue prospettive di vita. Abbandonati gli studi, a 16 anni si imbarca come mozzo su un piccolo veliero. Dal golfo di Trieste arriva a Smirne e a Costantinopoli, naufraga, riparte per l’Africa e il Sud America. Segue in prima persona il progresso tecnico che porta dalle navi a vela a quelle a vapore, e in soli quattordici anni diventa capitano di una delle prime che solca il Mediterraneo.
Da ognuno di questi viaggi riporta racconti eccezionali. Lo sguardo curioso di un uomo libero dai preconcetti del suo tempo è la cifra che contraddistingue questa narrazione rispetto a memorie analoghe dell’Ottocento. Mirabili in particolare le considerazioni e la condanna della schiavitù dei neri nelle grandi piantagioni brasiliane, come le riflessioni sulla religione. Senza dimenticare il piglio antropologico con cui si stupisce davanti agli usi e i costumi delle popolazioni che incontra, dal Marocco alla Grecia passando per il Brasile e il Medio Oriente. Non perde occasione, nelle città in cui sbarca, di notare le bellezze artistiche, ma neppure quelle femminili, regalandoci bellissime pagine romanzesche esaltate da un linguaggio vivace arricchito da parole dal forte gusto ottocentesco. Le avventure per mare che ci ha lasciato Luca Pellegrini sono pervase da uno spirito critico straordinario, unica chiave che, anche nel mondo contemporaneo, possa dirsi valida per indagare il proprio tempo vivendolo da protagonista.

Scheda “Il mare insegnare”, di Luca Pellegrini testimonianza vincitrice del 34° Premio Pieve
“Una scossa violentissima ci annunziò che l’ultima ora del Quirino era suonata… Immantinente dopo il primo urto un’onda, un cavallone, anzi una montagna d’acqua sollevò di nuovo il naviglio e lo gettò fra i frangenti in soli sette piedi d’acqua. La chiglia staccata in tutta la sua lunghezza dal fondo del bastimento venne a galla, gli alberi crollarono, il Quirino s’inchinò nel fianco sinistro né più si mosse”. È l’ultima sequenza del naufragio vissuto da Luca Pellegrini nel 1833 nelle acque che circondano l’isola di Ouessant, limite estremo occidentale del canale della Manica, di fronte alle coste francesi della Bretagna. Una vita in mare, per un ragazzo che a 16 anni, nel 1822, rimane orfano di padre e viene imbarcato per la prima volta come mozzo su un veliero che fa il piccolo cabotaggio dal golfo di Trieste a Venezia. È un’epoca in cui l’Adriatico bagna le coste dell’Impero austriaco e le navi che solcano le acque sono ancora, in gran parte, quelle a vela. Luca diventa un uomo, ancor prima che un capitano, battendo palmo a palmo i principali porti e le località più recondite del Mediterraneo. “Perduti miseramente tre giorni nel porto del Rosario, benché ho torto di dire perduti mentre i giorni che si passano in compagnia di belle donne sono piuttosto guadagnati, si rimise vela per far cadere di nuovo dopo altri due giorni l’ancora nel golfo di Cattaro”. Luca scopre la vita e osserva, compara culture caleidoscopiche che si sovrappongono in un fazzoletto di mondo. “Considero Smirne la più bella, la più amena, la più aggradevole città di tutto l’impero ottomano. La gran quantità di europei qui stabiliti esercita sugli abitanti, qualunque ne siano le credenze, una salutare influenza, mentre si vedono a poco a poco adottare costumanze gentili ed appropriarsi comodi domestici, quel conforto cioè concesso dalle loro forze pecuniarie quand’anche tali costumanze e tali comodi fossero alcun poco in contraddizione con i principi del Corano o con le massime di Talmud. Da Smirne a Costantinopoli. Rare s’incontrano le barbe intere, rarissimi i turbanti, poche le vesti lunghe, pochissimi i caffetan ed i larghi calzoni, ma invece innumerevole il succinto vestito adottato dal Sultano Mahmud e comandato agl’impiegati e all’esercito. A Smirne tutto il contrario. A Costantinopoli le donne cominciano a mostrare il naso tutto, a Smirne non se ne vede neppure la punta. Queste salienti differenze fanno a ragione temere che la rigenerazione sperata e tentata dal Sultano farà dei progressi assai lenti, seppure non resterà una utopia impossibile a realizzarsi”. Proprio nella capitale dell’impero ottomano trova l’imbarco come secondo a bordo del “Quirino” e, veleggiando verso Amsterdam, vive l’esperienza del naufragio. Che non lo lascia a terra. Il futuro capitano Pellegrini salpa ancora alla volta dell’Africa e del Sud America. Osserva e riflette. “1834. L’Europa civilizzata volle che la tratta dei negri, questo iniquissimo traffico di carne umana, cessasse affatto e delle severe leggi per impedire la compera dei neri in Africa ed il loro trasporto in America vennero promulgate. Perché non si fecero anche delle leggi che aboliscano o aboliranno almeno nelle generazioni future la schiavitù? Se il possidente brasiliano ha fatto acquisto di schiavi, se una porzione del suo avere è rappresentato dal numero di questi, sia con Dio; vivano e muojano questi suoi schiavi qual sua proprietà, ma sian fatte libere le innocenti
creature procreate da genitori schiavi. Ma no, la schiavitù è il retaggio di questi infelici. Nato
di donna schiava è schiavo anche il frutto del suo ventre! Non è possibile reprimere un moto
d’indignazione al vedere la trista sorte di questi poveri disgraziati!”

I brani di “Il mare insegna” di Luca Pellegrini
Brano 1
Ottobre 1832

Lasciata Sira verso la metà d’Ottobre ci recammo a Smirne dove appena giunti discesi a terra e mi recai alla cancelleria del consolato d’Austria dichiarando di volermi sbarcare dall’Astrologo perchè era intenzionato ripatriare. Ottenni senza fatica il permesso di sbarco ed aveva realmente deciso di ritornar a Trieste, tanto più che trovato il mio vecchio capitano Stoicovich a Smirne quasi pronto a salpare per Trieste, mi si offriva il mezzo di far quel viaggio senza incontrar alcuna spesa.
Portai il mio modesto bagaglio a bordo del piccolo bastimento comandato da Stoicovich e confidai a questo la vera cagione che spinto mi aveva ad abbandonare l’Astrologo.
Gli feci anche parole d’un progetto che da qualche tempo andava ruminando nella mia mente. Io parlava discretamente quattro lingue, ne scriveva due passabilmente bene, vale a dire l’italiana e la francese ed era il caso di farmi intendere scrivendone una terza, cioè la greca.
Ricco abbastanza d’esperienze pratiche e di nozioni teoriche, voleva tentare d’offrire i miei servigi a qualcuna delle molte Società d’assicurazioni marittime di Trieste e non era affatto privo di speranza di veder accettata la mia offerta dall’una o dall’altra di queste Società.
Stava adunque per abbandonar Smirne con il capitano Stoicovich, allorquando il Capitano di porto austriaco, ossia il Capitano addetto al servizio del consolato, il signor Giuseppe Romano, col quale aveva stretto amicizia all’epoca della mia prima visita a Smirne, mi presentò al capitano Giuseppe Ferro comandante del buik austriaco il “Quirino” che stava per intraprendere un viaggio per Amsterdam. Io conoscevo da lungo tempo il capitano Ferro ma soltanto di vista, la presentazione fatta dal capitano Romano fu causa che strinsimo una più stretta conoscenza e fu causa altresì che sollecitato amichevolmente da entrambi io abbandonai l’idea del ripatrio ed accettassi l’imbarco qual secondo a bordo del Quirino, a condizioni che bastantemente mi sorridevano.
Se il forestiere che arriva a Smirne dopo aver visitato Costantinopoli s’arresta a far dei confronti fra quanto vidde colà e quanto qui vede, deve naturalmente rimaner sorpreso constatando l’immenso divario che passa fra la Capitale e la seconda città dell’impero ottomano benché queste due città non siano poste ad una gran distanza una dall’altra.
A Costantinopoli p.e. rare s’incontrano le barbe intere, rarissimi i turbanti, poche le vesti lunghe, pochissimi i caffetan ed i larghi calzoni, ma invece innumerevole il succinto vestito addottato dal Sultano Mahmud e comandato agl’impiegati ed all’ esercito. A Smirne tutto il contrario. A Costantinopoli le donne cominciano a mostrare il naso tutto, a Smirne non se ne vede neppure la punta. A Costantinopoli il Sultano gira per le contrade più frequentate nel suo succinto abito militare ed accompagnato da un ajutante e da uno o due servi. A Smirne al contrario il Pascià si lascia veder di raro e sempre circondato da fasto orientale e seguito da numerosa guardia. A Costantinopoli corpi di guardia stabiliti nei punti principali della città e Sentinelle agli edifizj pubblici; a Smirne le poche truppe regolari rimangono confinate nella caserma e l’incombenza di vegliare sulla sicurezza pubblica è ora, come prima della distruzione dei gianizzeri, affidata ad un ristretto numero di chiausi, che sotto il nome di Koluk (guardia di polizia) meglio servono quelli che meglio pagano.
Queste salienti differenze fanno a ragione temere che la rigenerazione sperata e tentata dal Sultano farà dei progressi assai lenti, seppure non resterà una utopia impossibile a realizzarsi.
A Costantinopoli le riforme fecero grandi progressi perchè incoraggiate dall’esempio del Sovrano, ma quanto più ci si allontana dalla Capitale, sempre più lenti si osservano i progressi di questa riforma.

Brano 2
Febbraio 1833

Privi dal 28 Gennajo di qualunque calcolo astronomico positivo a causa del continuo tempo coperto si riteneva da cinque giorni la nostra situazione per stima, che s’aveva però procurato di conservar possibilmente esatta per quanto le triste circostanze lo avevano concesso.
Al mezzogiorno del 2 Febbrajo dietro questo conto di stima avressimo dovuto trovarci a circa 15 miglia all’Ovest di Ouessant e speravamo che continuando a correre fino a notte al Nord-Ovest avressimo poi potuto virar di bordo ed entrare nella Manica.
Il destino però aveva altrimenti deciso.
Passato appena il mezzogiorno il vento crebbe con tale impeto da rapirci alcuna delle poche vele che avevamo ancora spiegate obbligandoci a chiudere le altre per non disalberare. […]avevamo appena gettati circa 30 barili d’uva in mare, quando ci vidimo incagliati fra orribili frangenti.
Impossibile sarebbe il dipingere con parole il nostro spavento!…La nebbia ci avvolgeva più densa che mai, la pioggia spinta da vento furioso e glaciale percuoteva con impeto i nostri semiignudi corpi […].
Il terrore, lo scoraggiamento in tutti noi durò un solo istante, indi l’imminenza del pericolo centuplicò la nostra energia.
Vedendo il mare frangersi con impeto in quasi semicerchio sottovento a noi, ci dava indubitato indizio che noi ci trovavamo vicinissimi alla costa od incagliati tra rocce a poca distanza dalla stessa. Si trattava dunque, postoché il naufragio era oramai divenuto inevitabile, di dare in secco in un punto meno tormentato dai marosi. […]
Una scossa violentissima ci annunziò che l’ultima ora del Quirino era suonata… Immantinente dopo il primo urto un’onda, un cavallone, anzi una montagna d’acqua sollevò di nuovo il naviglio e lo gettò fra i frangenti in soli sette piedi d’acqua.
La chiglia staccata in tutta la sua lunghezza dal fondo del bastimento venne a galla, gli alberi crollarono, il Quirino s’inchinò nel fianco sinistro né più si mosse.
Tutta la scena qui descritta non durò che pochi minuti dal momento che ci vidimo incagliati tra i frangenti, fino al momento che il naviglio rimase a secco.
[…]
Un solo raggio di speranza di giungere a salvarci tutti poteva venir offerto soltanto dal coraggio di qualcuno fra noi che volesse arrischiare la sua esistenza per tentare di salvare quella dei suoi camerati. […] Il giovine marinaro Bernardo Benussi nato a Rovigno, agile e forte nuotatore, fidando nella sua destrezza e nella sua forza risolse o di salvarci tutti o di perir per il primo.
Legatasi una funicella a mezza vita si gettò in mare e nuotò con forza verso i più prossimi frangenti, in continuo pericolo di fracassarsi il cranio contro alle rocce od esser sommerso dai cavalloni che continuamente lo coprivano. […]Un’onda più forte, più terribile delle precedenti lo assalì, lo coperse e lo spinse in mezzo ai frangenti e più non lo vidimo. Pregammo pace al suo spirito ritenendolo affogato e l’ultima scintilla di speranza aveva già dato luogo alla disperazione allorquando alcuni secondi dopo la tensione della funicella che Benussi s’era legata al corpo rianimò improvvisamente con la speranza il nostro coraggio. Alla funicella che egli a sé tirava ne legammo una assai più forte ch’egli pure tirò a sé fermandone il capo ad una roccia. La corda venne da noi tesa quanto più si poteva e saldamente assicurata a bordo. In tal modo si vide aperta a tutti una certa via di salvezza.

Brano 3
Gennaio 1834

L’Europa civilizzata volle che la tratta dei negri, questo iniquissimo traffico di carne umana, cessasse affatto e delle severe leggi per impedire la.compera dei neri in Africa ed il loro trasporto in America vennero promulgate. Perché non si fecero anche delle leggi che aboliscano o aboliranno almeno nelle generazioni future la schiavitù? Se il possidente brasiliano ha fatto acquisto di schiavi, se una porzione del suo avere è rappresentato dal numero di questi, sia con Dio; vivano e muojano questi suoi schiavi qual sua proprietà, ma sian fatte libere le innocenti creature procreate da genitori schiavi. Ma no, la schiavitù è il retaggio di quest’infelici. Nato di donna schiava è schiavo anche il frutto del suo ventre! Non è possibile di reprimere un moto d’indignazione al vedere la trista sorte di questi poveri disgraziati! Dannati a tutti i più gravi lavori che da noi si fanno fare da bestie da soma ricevono essi in guiderdone scarso alimento, più scarso vestito e tristo ricovero contro le intemperie, ma in compenso staffilate in abbondanza.
Esiste bensì una legge che ordina che allorquando uno schiavo sia per malattia, sia per inoltrata età diventa inabile al lavoro, il padrone entra nell’obbligo di continuar ad alimentarlo, alloggiarlo e vestirlo come se .fosse sano e forte. Ma quelli che fecero questa legge sono per l’appunto coloro che possiedono un maggior numero di schiavi, quindi la legge se non è dimenticata si può dire per lo meno cieca e difatti ad ogni passo s’incontrano frequenti le infelici vittime (alle quali gli anni od una ostinata malattia rendono impossibile il lavoro onde accrescere la ricchezza del padrone), stendere una mano scarna e tremante ad implorare la pietà del passeggiero. Balbettando una preghiera in una lingua ad essi ignota e di cui non indovinano neppure il senso invocano in pari tempo in modo energico e con parole che benissimo comprendono la divina giustizia contro coloro che li dannano a mendicare un pezzo di pane. Infelici! In mezzo ai loro deserti vivevano tranquilli e contenti d’una vita selvaggia se si vuole, ma pur libera; pochi erano i loro bisogni, nulli i loro desideri. Le loro cure, le loro giornaliere fatiche, i loro affanni cessavano tosto che s’avevano procurato il parco alimento quotidiano! Una mano avida di danaro li strappò dal suolo su cui nacquero, ne fece orrido mercato e trascinati in altra parte del globo, incatenati e chiusi in fondo di stiva per più settimane, videro di nuovo il sole sopra una terra ignota alle quale diedero tutte le loro forze, tutti i loro sudori per lunga serie d’anni, finché estenuati e malaticci finiscono col trascinar gli ultimi momenti di una orribile esistenza mendicando il pane su quella terra stessa che i loro sudori resero fertile! E si osa ancora pretendere da qualcuno che la sorte dei negri ridotti in schiavitù al Brasile sia ben preferibile alla loro sorte nel deserto sul quale spaziavano liberi? Perché? Perché avendo appreso loro a farsi il segno della croce ed a storpiare delle preghiere che non intendono, si apersero loro le porte del cielo, si fecero partecipi della vita eterna!