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Dal 12 giugno al 4 luglio alla Rocca di Umbertide la mostra “TREARTISTETRE”

UMBERTIDE – Sabato 12 giugno alle ore 17.00 presso la Rocca-Centro per l’arte contemporanea sarà aperta la mostra “TREARTISTETRE”.

L’esposizione continua la serie di esposizioni con artiste di genere femminile, iniziata nel 2016 e riproposta nel 2019. Infatti anche questa volta vengono proposte tre artiste che operano con diverse poetiche e differenti tecniche: Alessandra Bonoli è scultrice, Elisa Cella pittrice e Gian Carla Faralli fotografa. Con tre “personali” queste artiste, provenienti da varie parti d’Italia, offrono uno spettro ampio dell’arte contemporanea, dall’astrazione all’arte concettuale, alla fotografia d’arte.

All’apertura della mostra prenderanno parte l’assessore alla Cultura, Sara Pierucci, il curatore Giorgio Bonomi e le artiste.

“TREARTISTETRE”, organizzata dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Umbertide, sarà visibile fino al 4 luglio dal martedì alla domenica dalle 10.30 alle 12.30 e dalle 16.30 alle 18.30. Chiuso il lunedì. Per informazioni è possibile contattare il numero 0759413691.

All’ingresso e all’interno della Rocca sono presenti cartelli informativi con tutte le regole anti contagio che devono essere seguite. E’ obbligatorio indossare la mascherina e rispettare il distanziamento interpersonale. Sono presenti inoltre contenitori con gel igienizzante per le mani.

Schede delle artiste

Alessandra Bonoli (Faenza-RA 1956) è scultrice che usa vari materiali: terracotta, ferro, acciaio, cemento, pietra. Alla scultura affianca un’intensa pratica di disegno – questo solo apparentemente sembra un semplice progetto, mentre in realtà è un’opera autonoma, autosufficiente per le sua qualità, sia quando il disegno è su tela o su carta sia quando è realizzato su una fotografia di uno spazio reale in cui si potrebbe collocare la scultura disegnata – e di poesia che l’artista chiama “disegno scritto”.

Ecco come definisce la sua opere: “Non concepisco la scultura in quanto corpo ma in quanto luogo […]. Scultura, quindi, non come possibile architettura nello spazio ma come possibile architettura dello spazio”. Così, se le sue sculture richiedono spazi ampi per quelle di grandi dimensioni, per quelle di minori misure i locali della Rocca costituiscono un eccellente contenitore che, nel dialogo tra antico e contemporaneo, ci pare accrescano l’emozione della percezione.

La scultura di Bonoli è astratta ma evocativa di suggestioni ancestrali e di razionalità logiche: la linea retta e la curva, la verticalità e l’orizzontalità si alternano, la staticità e il movimento (circolare e lineare) coesistono, l’energia e il riposo si avvicendano, come anche la durezza e la morbidezza. Un’opera, quindi, capace di suscitare sensazioni liriche e di stimolare il pensiero.

Gian Carla Faralli (Castiglion Fiorentino-AR 1957) è fotografa con una grande predisposizione alla ritrattistica. I suoi ritratti, sia di donne che di uomini, nudi o no, di dirigenti d’azienda o di persone comuni, di preferenza si soffermano sui primi piani e sul contrasto di luci che si crea sui volti, sui corpi e nelle ambientazioni, accresciuto dal prevalente uso del bianco e nero.

Accanto alla ritrattistica di altri, Faralli ha un grosso corpo di autoritratti di cui presentiamo una selezione della serie del 1987, Dialogo interno, dove lei appare nuda nella sua bellezza e luminosità, data dal contrasto della pelle candida con lo sfondo scuro. La stessa dialettica tra bianco e nero la troviamo anche nei ritratti di una coppia in cui la villosità di entrambi si confronta con la chiaritudine dell’epidermide di lei.

I corpi che vediamo nelle immagini superano l’elemento soggettivo, presentandosi come masse scultoree, solide e forti, marmoree. Talvolta l’artista assume, senza il minimo di retorica, posizioni “classiche” che ricordano opere d’arte del passato oppure si “cela” autoritraendo la sua ombra la quale, sappiamo, è l’immagine dell’animo, che sempre ci accompagna.

Ma Faralli non fotografa solo esseri umani, infatti con altrettanta perizia e poeticità realizza still life e paesaggi di cui diamo alcuni esempi.

Elisa Cella (Genova 1974, vive a Monza) è matematica di formazione e la forma mentis scientifica si riflette nei suoi lavori che si presentano come moltiplicazione della sua forma geometrica prediletta, il cerchio. Questo può riempire l’interno di figure, ad esempio umane o botaniche, oppure l’insieme di una ramificazione che potrebbe essere senza fine. Così le sue immagini appaiono sia come forme geometriche – tanto euclidee quanto frattali –, sia come elementi biologici – cellule, reti neuronali, moltiplicazioni cellulari, sinapsi eccetera –, sia come componenti della chimica e della fisica – atomi, molecole, energia. Anche i titoli delle sue opere risentono della matematica: “topologia”, “complementari”, “astrazioni”.

In Cella la matematica e la biologia si fanno arte: ecco il disegno di ottima fattura ma che, volutamente, lascia qualche punto di imperfezione; ecco la scelta prevalente del bianco e nero che però non evita il colore, soprattutto, ma non sempre, monocromo; ecco l’uso dell’olio sull’acrilico che provoca un rilievo e dà all’opera l’aspetto di un ricamo (bianco su bianco); ecco l’impiego di materiali plurimi, carte, tele, ferro. Le composizioni si offrono sempre con equilibrio e una complessità semplice, se ci si passa l’ossimoro.

C’è, nei suoi lavori, un senso di simmetria, di controllo delle forze centrifughe e centripete che mostrano una resistenza all’entropia e, sebbene alcune immagini possano ricordare quelle del terribile virus SARS-CoV-2, danno un segno di speranza, se non proprio di sicurezza.